Consolo, Vincenzo

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Biografia

«Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca». (Le pietre di Pantalica, 1980)


Nato a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, il 18 febbraio 1933 da genitori Sanfratellani, dopo le scuole superiori, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano, ma si laurea, con una tesi in filosofia del diritto, all’Università di Messina, dopo aver assolto il servizio militare. Conclusi gli studi universitari, ritorna in Sicilia, dove si dedica all’insegnamento nelle scuole agrarie. Nel 1963 esordisce con il suo primo romanzo, La ferita dell’aprile, squarcio sulla vita di un paese siciliano movimentato dalle lotte politiche dei primi anni del dopoguerra.

«… il cielo si schiariva, le stelle si spegnevano, sparivano, e la luna di tre quarti, perdeva la sua luce, impallidiva, si faceva di carta matta, una velina». (Le pietre di Pantalica)


I suoi riferimenti umani e letterari, in quella stagione, sono lo scrittore Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo. Da Sciascia coglierà un certo atteggiamento da “scrittore impegnato”, riscontrabile più che altro nelle interviste o nelle conferenze pubbliche.

Nel 1968, avendo vinto un concorso alla RAI, si trasferisce a Milano, dove ha vissuto e lavorato fino alla sua morte, svolgendo un’intensa attività giornalistica, con lunghi soggiorni nel paese d’origine.

Nel 1975 segue come inviato a Trapani del quotidiano «L’Ora» (con cui collabora dal 1964) il processo al “mostro di Marsala”.


«… supino, guardavo il cielo che da mosso si faceva violaceo e s’incupiva man mano» (Le pietre di Pantalica)


La vera rivelazione arriva nel 1976 con Il sorriso dell’ignoto marinaio, singolare ricostruzione di alcuni eventi svoltisi nel nord della Sicilia al passaggio dal regime borbonico a quello unitario e culminati nella sanguinosa rivolta contadina di Alcara Li Fusi nel maggio 1860.

Un anno dopo, nel 1977, Consolo diviene consulente editoriale della Einaudi per la narrativa italiana, insieme, tra gli altri, a Italo Calvino e Natalia Ginzburg.


«Sorgeva l’algente luna in quintadecima e rivelava il mondo, gli scogli tempestosi e il mare alla Calura, stagliava le chiome argentee, i tronchi degli ulivi». (Nottetempo, casa per casa)


Tra le altre sue opere principali: Retablo (1987), Nottetempo, casa per casa (1992), L’olivo e l’olivastro (1994), Lo spasimo di Palermo (1998), Di qua dal faro (2001).

Tra i racconti: Le pietre di Pantalica (1988), Per un po’ d’erba ai limiti del feudo (in Narratori di Sicilia a cura di L. Sciascia e S. Guglielmino, 1967), Un giorno come gli altri (in Racconti italiani del Novecento, a cura di E. Siciliano, 1983), il racconto teatrale Lunaria (1985), Catarsi (1989).


«Allora, guardando il cielo, dove lei s’era divelta, un’orma, una nicchia, un vano nero che m’attrae e dona nel contempo le vertigini» (Lunaria)


Nel 2007 ha ricevuto la laurea honoris causa in Filologia moderna dall’Università di Palermo (nella stessa giornata, insieme a Luigi Meneghello). La sua ultima opera è Il corteo di Dioniso (2009).

Insieme a vari premi ricevuti nel corso degli anni, ha vinto nel 1992, con Nottetempo, casa per casa, il prestigioso Premio Strega e nel 1994 il Premio Internazionale Unione Latina per l’insieme della sua opera. I suoi libri sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, rumeno, catalano.

«Apparve una falce di luna, e mi tornarono in mente, chissà perché, a me che non ho mai amato il melodramma, le dolcissime note belliniane e le parole di Norma “Casta Diva, che inargenti…”» (Le pietre di Pantalica).

Muore a Milano il 21 gennaio 2012 all’età di 78 anni, dopo una lunga malattia.

«…se lento il progredire e inesorabile riduce la fiducia, incrina la quiete, sospinge alle discese scivolose, agli spenti catoi melanconici, l’estremo che s’involge, il colmo che trabocca, il pieno che tramuta in decrescenza sprofonda nel terrore, annega nell’angoscia». (Nottetempo, casa per casa)