Bufalino, Gesualdo

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Biografia

Gesualdo Bufalino nasce il 15 novembre del 1920 da Biagio Bufalino e da Maria Elia a Comiso, in provincia di Ragusa. Il padre «era fabbro ferraio, ma era istruito, gli piacevano i libri, il teatro, la musica in piazza» (La luce e il lutto). «La madre, figlia di un sarto, è donna di modesta istruzione ma di grande operosa umanità» (notizie epistolari). Nel 1930 insieme al padre giocava con «un vecchio dizionario Melzi», con la madre percorreva le strade di Comiso per farsi leggere e imparare i nomi delle vie, sfogliava le antologie poetiche, ricopiandole e costruendosene così una privata con le liriche che prediligeva. Inizia a scrivere versi intorno ai dieci anni.

Grazie al miglioramento della situazione economica familiare e ai buoni risultati scolastici, dopo un breve periodo in cui lavora come apprendista in una bottega di pittore di carri, Gesualdo si iscrive al Ginnasio locale che frequenta per cinque anni. Nel 1936 si trasferisce a Ragusa, dove inizia gli studi liceali. Nel 1938 ritorna a Comiso, divenuta sede del Liceo classico, dove frequenta le ultime due classi: suo insegnante d’italiano è il dantista Paolo Nicosia, allievo di Giovanni Cesareo. Nel 1939 vince, per la Sicilia, con un tema sull’orazione Pro Archia di Cicerone, un premio di prosa latina, promosso dall’Istituto Nazionale di Studi Romani e, con gli altri partecipanti, viene ricevuto a Palazzo Venezia da Mussolini. In questo stesso anno vince anche un concorso per un tema sull’Esposizione Universale del ’42. Nel luglio sostiene l’esame di maturità a Comiso, che supera a pieni voti.

Sono gli anni per Bufalino della lettura dei grandi classici francesi e russi, della scoperta del decadentismo, della passione per Baudelaire e del suo tentativo di retroversione, dall’italiano in francese, non possedendo un’edizione in lingua, dei Fiori del male. «Il mio apprendistato si è svolto in un paese all’estrema periferia geografica e culturale d’Italia. C’era un ritardo culturale negli anni della mia formazione di trenta, quarant’anni. Sicché, quando frequentavo la biblioteca comunale, leggevo le collezioni di Critica e di Nuova Antologia dei primi anni del secolo.

La letteratura degli anni Trenta, quando avevo circa quindici anni, mi era assolutamente ignota. Mi confrontai, insomma, con i grandi testi della narrativa ottocentesca e, per quanto riguarda la letteratura italiana, non andavo al di là di D’Annunzio» (Onofri, 1988). I suoi interessi culturali sono completati dalla grande attenzione per il cinema, specie francese: «Il cinema ha esercitato su di me una suggestione estrema, perché mi ha fatto conoscere universi collaterali. Non solo attraverso i classici, ma attraverso la commedia sofisticata, che mi ha insegnato a sorridere della tetraggine fascista, delle remore e delle frustrazioni provinciali». (Bignardi, 1990).

Nel 1940 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania. «Era già periodo di guerra e io ci andavo soltanto per dare le materie. Non ho praticamente frequentato l’università, non ho avuto maestri, avrò assistito a tre o quattro lezioni di un professore di formazione ottocentesca, Giulio Natali già molto anziano: (Pajar, 16 sett. 1981). Altri «professori suoi appena sfiorati» furono Francesco Guglielmino e Ettore Paratore. Nell’agosto del 1942 interrompe gli studi perché richiamato alle armi. Frequenta un corso Allievi Sergenti a Campobasso e un corso Allievi Ufficiali a Fano, dove conosce e stringe amicizia con Angelo Romanò.

Nel luglio del 1943 presta servizio di ordine pubblico ad Ancona. Viene nominato sottotenente di fanteria e inviato a Sacile, in Friuli. Il 5 settembre è a Sacile. All’indomani dell’armistizio viene catturato dai tedeschi. Grazie all’aiuto di una ragazza, Sesta Ronzon, conosciuta al suo arrivo, riesce a fuggire. Per alcuni mesi rimane nascosto nella campagna friulana (vicende ricostruite nell’articolo La moviola della memoria, accolto in Cere perse, riecheggiate in Diceria dell’untore e in alcune liriche di L’amaro miele). Durante questo soggiorno medita di unirsi alle prime bande di partigiani sul Grappa: progetto che abbandona per «manifesta inettitudine militare».

Nel gennaio del 1944, fallito un tentativo di entrare in Svizzera, raggiunge a Reggio Emilia un gruppo di amici conterranei. Grazie alla cauta protezione di uno di questi, Vittorio Casaccio, Provveditore degli Studi, viene assunto come supplente in una scuola media di Scandiano. Nell’autunno si ammala di tisi e viene ricoverato all’ospedale di Scandiano: «il primario dell’ospedale di Scandiano, il dottor Biancheri, [era] un uomo che veniva da una famiglia di tradizioni umanistiche, di grande cultura. Biancheri possedeva una biblioteca straordinaria, importantissima, che aveva disposto, per proteggerla dai pericoli della guerra, nello scantinato dell’ospedale. Pile e pile di libri che formavano, fra l’una e l’altra fila, veri e propri corridoi, camminamenti: un’atmosfera alla Borges. E da Biancheri ottenni la chiave dello scantinato. Fu per me un’esperienza unica. Potevo recarmi a guardare questi libri, a prenderne qualcuno. Fu lì che trovai e lessi Proust, in francese, per la prima volta» (Angeloni, 1990).

Nel maggio del 1946 ottime il trasferimento in un sanatorio della Conca d’Oro, fra Palermo e Monreale, la “Rocca”, teatro della Diceria. Durante la degenza collabora, su sollecitazione dell’amico Angelo Romanò, alle riviste lombarde «L’uomo» e «Democrazia», pubblicando alcune liriche e qualche prosa. Riprende gli studi iscrivendosi all’ Università di Palermo. Nel febbraio del 1947, ormai guarito, viene dimesso. In marzo si laurea a Palermo «con una tesi di comodo, ottenuta dall’unico professore disposto a darmela e scritta a braccio con pochi libri, in sanatorio. Non ricordo esattamente il titolo. Più o meno era: La riscoperta dell’antico e gli studi di archeologia in Italia nel XVIII secolo. O forse: Le origini del neoclassicismo e gli studi ecc. come sopra» (notizie epistolari).

Ritorna in famiglia a Comiso. Vive di lezioni private e supplenze (Storia dell’Arte nei licei di Comiso e Vittoria, italiano e latino nel liceo di Comiso). Partecipa ai concorsi di Stato e consegue l’abilitazione per l’insegnamento. Ottiene la nomina presso l’Istituto Magistrale di Modica: per due anni vi insegna italiano e storia. Le esperienze di questo periodo riaffioreranno, fantasticate, in Argo il cieco. Inizia intorno agli anni Cinquanta la lunga elaborazione della futura Diceria, ma non va oltre lo stadio dell’abbozzo.

Nel 1951 ottiene il trasferimento in un Istituto Magistrale di Vittoria, località a poca distanza da Comiso, dove insegnerà per venticinque anni, arco di tempo durante il quale scrive e traduce (I fiori del male di Baudelaire, Le controrime di Toulet) senza tentare la via della pubblicazione, legge, vede molti film, organizza proiezioni per cineclub, viaggia, d’estate, in Italia e all’estero (Francia, Svizzera, Germania, Austria). Nel 1956 collabora, sempre grazie all’interessamento di Angelo Romanò, con alcune poesie a una rubrica del terzo programma della Rai.

Nel 1971 completa la stesura di Diceria. Ha inizio una decennale revisione. Nel 1976 coordina gli interventi confluiti nella miscellanea di AA.VV., Comiso viva, (Edizioni Pro loco, Comiso), volume di cui stende la prefazione e tre sezioni, due molto esigue, intitolate Una città-teatro e Miseria e malavita a Comiso, la terza, Museo d’ombre, che variamente integrata, con il medesimo titolo, verrà stampata da Sellerio nel 1982.

Durante questa «ricerca di antiquariato folclorico» scopre in una soffitta di campagna vecchie fotografie scattate da due notabili siciliani, Francesco Meli e Gioacchino Iacono Caruso fra Ottocento e Novecento: ne organizza una mostra, stende la prefazione del catalogo. Nel 1978 grazie a un amico, Alberto Bombace, che presenta l’iniziativa a Enzo e Elvira Sellerio, le foto vengono pubblicate in volume a sua cura (Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, ripubblicato nel 1991 da Sellerio con due suoi scritti, col titolo Il tempo in posa).

Nel 1980 l’introduzione al volume fotografico Comiso ieri suscitò la curiosità di Elvira Sellerio e di Leonardo Sciascia, entrambi convinti che l’autore, data la consuetudine con la scrittura che quelle poche pagine rivelavano, conservasse nei suoi cassetti un romanzo. Bufalino negò ponendo invece all’attenzione della casa editrice alcune sue traduzioni, che vennero pubblicate per i tipi della Sellerio. (J. Giraudoux, Susanna e il Pacifico; Madame de la Fayette, L’amore geloso, con P. Masino). Nel 1981 muore, dopo una lunga agonia, il padre Biagio. Esce una sua traduzione poetica, Le controrime di P.J. Toulet, sempre presso la casa editrice palermitana Sellerio. Ed è soprattutto l’anno in cui, cedendo alle insistenze di Elvira Sellerio, Bufalino dà alle stampe Diceria dell’untore, libro che segna il suo ingresso nella società letteraria.

Il romanzo riscuote grande successo di critica e di pubblico, sancito dalla vittoria del premio Campiello. Nel 1982 pubblica da Sellerio Museo d’ombre, da Einaudi la raccolta poetica L’amaro miele, presso il Saggiatore Dizionario dei personaggi di romanzo. Da Don Chisciotte all’Innominabile.

Comincia la collaborazione ai maggiori giornali italiani («Il Giornale», «La Repubblica», «La Stampa» …). In dicembre, contrae «prudentissime nozze (premeditate per quasi un quarto di secolo)» con una sua ex allieva, Giovanna Leggio. In luogo alla consueta bomboniera i due sposi offrono agli amici e parenti «un libricino di detti aurei, massime propiziatorie, profezie rassicuranti» dal titolo Dicerie coniugali. 62 pensieri lievi e gravi sul matrimonio proposti da una coppia nuovissima a uso delle coppie più anziane. Dopo sei anni questa plaquette, notevolmente arricchita, è diventata un libro, Il matrimonio illustrato, pubblicato da Bompiani.

Nel 1983 per Mondadori traduce I fiori del male, per l’Istituto del Dramma Antico I due fratelli di Terenzio (la commedia viene rappresentata durante l’estate nel teatro di Segesta). Alla fine dell’anno la moglie viene colpita da una dura malattia che la costringe a un lungo e faticoso recupero.

Nel 1984 pubblica, presso Sellerio, Argo il cieco. Con l’elzeviro I veleni dello scrivere, pubblicato sul «Giornale nuovo» l’anno precedente, vince il premio Flaiano.

Nel 1985 pubblica, sempre da Sellerio, Cere perse. Con Argo il cieco vince il premio Boccaccio e il premio Lombardi Satriani.

Nel 1986 esce presso Bompiani la raccolta di racconti L’uomo invaso, con cui vince i premi Scanno, Racalmare, Raffaele Brignetti- Isola d’Elba. Vince il premio Elba per Cere perse. Nel 1987 pubblica presso Bompiani Il malpensante, con cui vince il premio Castiglione di Sicilia e il premio Torre del Lauro. Nel 1988 pubblica da Sellerio La luce e il lutto e Saline di Sicilia, da Bompiani

Le menzogne della notte, con cui vince il premio Strega e il premio Venerdì di Repubblica. È consulente per un’edizione televisiva de I Vicerè di De Roberto, per la regia di Sandro Bolchi.

Nel 1989 stende il testo per il volume fotografico di G. Leone L’isola nuda e dà alle stampe Il matrimonio illustrato, redatto in collaborazione con la moglie Giovanna.

Un suo atto unico, La panchina, tratto dal racconto omonimo, viene rappresentato al Teatro Stabile di Catania insieme ad altri due atti unici di Consolo e Sciascia sotto il comune titolo di Trittico. Nel 1990 raccoglie nel volume Saldi d’autunno «testi di variegatura e destinazione, apparsi già altrove velocemente», con cui vince il premio Nino Martoglio.

Pubblica presso l’editore Guida, nella collezione “La clessidra”, in cui il suo teatro è accorpato a quello di un’esordiente, Antonella Sicoli, tre capitoli delle inedite Calende greche, di cui cura frattanto un’edizione non venale, destinata agli amici.

Collabora, in veste di consulente, alla sceneggiatura di un film tratto da Diceria dell’untore che conserva il titolo del romanzo, per la regia di Beppe Cino.

Nel 1991 in occasione del suo settantesimo compleanno l’Amministrazione Comunale di Comiso pubblica, in edizione non venale, un volume di suoi inediti Pagine disperse, presso l’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta. Fa dono dei suoi libri alla Biblioteca Comunale di Comiso.

Esce, edito da Bompiani, il romanzo giallo Qui pro quo. In edizione non venale stampa presso il Girasole Il Guerrin meschino, frammento di un’opera dei pupi. Nel 1992 Esce il primo volume delle Opere 1981-1988 nei “Classici Bompiani”. Pubblica, da Bompiani, Calende greche e da Sellerio Il tempo in posa.

Nel 1994 dà alle stampe, presso Bompiani, Bluff di parole, miscellanea di pensieri, citazioni, aforismi, seguito ideale di Il malpensante e, presso Il Girasole, Carteggio di gioventù (1943-1950), lettere a e di Angelo Romanò.

Nel 1995 pubblica, da Avagliano, Il fiele ibleo, un “supplemento” al denso volume siciliano La luce e il lutto, riunendo «buona parte delle cose rimate escluse da quello o venute dopo alla luce» e una «silloge di scritti in onore e memoria di Leonardo Sciascia».

Presso Il Girasole escono invece, col titolo I languori e le furie. Quaderni di scuola (1935-1938), i suoi primi versi, «incerti fra truculenta e languore, e portatori di malattie e lussurie inventate al di là del credibile».

Traduce per Bompiani, col titolo Sghiribizzi, una parte di aforismi di Ramòn Gòmez de la Serna, le Greguerìas. Nel 1996 pubblica, da Bompiani, il suo ultimo, quasi premonitore, romanzo Tommaso e il fotografo cieco ovvero Il Patatràc.

Il 14 giugno, a seguito di un incidente stradale, riporta un trauma toracico e un trauma cranico. Ricoverato in ospedale, muore poche ore dopo per emorragia cerebrale.

Ester Benigno, L.C. Vittorio Emanuele II, Palermo